Truffa ai consumatori con un gratta e vinci alle Canarie: può costare 3000 euro

Scritto da il Novembre 8, 2019

Truffa ai consumatori con un gratta e vinci alle Canarie: può costare 3000 euro

Tutto comincia con una monetina su un gratta e vinci. Subito dopo ecco la visita a un resort di lusso e poi la firma, dopo una maratona di almeno tre ore, su un contratto che impegna a versare 3000 euro per passare un paio di settimane in quella struttura. È successo a diversi turisti di Gran Canaria, vittime di una ben architettata e aggressiva strategia che, a livello legale, sembra però inattaccabile. Il risultato è che questi turisti, per lo più nord-europei (anche se nella rete sono caduti anche italiani), si accorgono di aver firmato qualcosa che, se non si fossero ritrovati in quella strana situazione, non avrebbero mai sottoscritto.

denunciare questo strano giro è il Centro europeo consumatori (Cec) di Bolzano che ha raccolto diverse segnalazioni. I turisti vengono avvicinati da una persona molto cordiale nelle località di Puerto de Mogàn o Playa del Inglès. Ricevono un gratta e vinci che, guarda caso, risulta quasi sempre vincente. E per riscattare il premio (uno smartwatch di scarso valore ma a volte anche un viaggio) devono partecipare alla visita guidata di un complesso alberghiero a circa trenta chilometri di distanza. Dopo il viaggio in taxi, i turisti che accettano si trovano catapultati in uno splendido resort con piscina, comfort di ogni genere e un immenso parco. Alla fine della visita, che alcuni raccontano come estenuante, il “piazzista” tira fuori il contratto. A volte è la prenotazione di un lussuoso appartamento all’interno del complesso, altre volte veri e propri pacchetti turistici. E l’acconto dev’essere lasciato subito: quasi sempre un migliaio di euro da versare con bancomat. Il resto, altri 2.000 euro, verranno pagati a rate nei mesi successivi. Dopo di che ecco che il taxi riporta i vacanzieri al proprio albergo.

I problemi arrivano dopo. Molti turisti si rendono conto solo più tardi di aver pagato un’enormità (3.000 euro in tutto) per un paio di settimane in un resort senza poter usufruire della piscina, della spiaggia e dovendo pagare a parte tutto il cibo e le bevande. Come spiega il Cec non è possibile ripensarci e chiedere indietro i soldi. La risposta è sempre: “Non è possibile evocare il diritto di ripensamento né di recesso”. I pochi che pagano con carta di credito possono chiedere il rimborso che, però, non è semplice da ottenere perché, spiega Monika Nardo del Centro di Bolzano, “il contratto prevede la prenotazione di un pernottamento, di solito due settimane tra dicembre e gennaio. E in casi di questo tipo non è prevista la cancellazione gratuita a meno che non sia stata pagata una tariffa ad hoc”. I contratti tirati fuori come conigli dal cilindro in queste lunghe visite, spiega Nardo, “sono pensati per non rientrare nella normativa sui pacchetti turistici né in quella che regola le multiproprietà” ed è molto difficile uscirne senza danni economici. “Le soluzioni sono due: o farsi la vacanza oppure raggiungere un accordo per cui, pagati i mille euro di acconto, la società non chiede il resto della cifra e lascia in pace il consumatore”.

Solo che, anche per chi la vacanza nel resort vuole comunque farla, la brutta sorpresa è dietro l’angolo perché spesso l’alloggio non è disponibile nel periodo desiderato, oppure il buono non è attivabile. In alcuni casi, spiega il Cec, la prenotazione può partire solo se il consumatore partecipa a un altro evento di vendita sul posto.

“Nostra figlia non riusciva a credere che avessimo potuto firmare una cosa del genere” racconta a Repubblica una turista “pentita” che preferisce mantenere l’anonimato. “Ma venivamo da quattro ore di visita, eravamo stanchi e stufi. Ora scopriamo che non possiamo neanche riavere indietro i soldi dell’acconto”. La signora spiega che però, un campanello di allarme, era suonato da subito: “La persona che ci ha fermato alla stazione del bus proponendoci il gratta e vinci ci ha chiesto se fossimo tedeschi. Noi abbiamo risposto che eravamo italiani e lei ci ha subito chiesto di fingerci tedeschi perché altrimenti non avrebbe avuto la provvigione”. Facile in questo caso, visto che la coppia è bilingue. Anche il contratto, racconta la turista, era scritto in tedesco e non a caso anche il Cec che ha sede in Germania ha diramato una nota per mettere in guardia i consumatori.

fonte: Repubblica.it


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